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Autore Topic: Racconti  (Letto 48256 volte)

ramingo

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Racconti
« il: 11 Maggio 2007, 18:11:43 »

per rompere il ghiaccio allego alla presente un mio racconto scritto un pò di tempo fa.
per il momento non detto alcuna regola per le vostre "pubblicazioni" ...  applicherei un approccio work in progress.
adesso però tocca a voi!


INTERVALLO

E lo sapevo che dovevo pulire il mouse prima di accendere il computer. Rimarrò fulminata o peggio, il mio amato/odiato strumento di torture e frustrazioni giornaliere, la mia Echo, un nome un programma, subirà le solite trasformazioni irreversibili dovute al folletto che abita nella tastiera, all’elfo del registro, al trojan di turno che ho scaricato con qualche @-mail, al nano della scheda madre. Tutte cose strane che periodicamente mi impegnano in lunghe telefonate con il Capo Master e che spesso si concludono con l’intervento di rattoppo del tecnico di casa, per tutti il Tecnoco. La penultima volta che ho tentato di dar vita ad Echo non si accendeva il monitor: mi son detta “Che ci sia qualche spiritello non ancora catalogato anche in questa appendice di Echo?”. Poi gira e volta, con la cornetta del telefono già in mano, non vedo che c’era la presa tirata? Ma allora ditemelo: c’è un simpatico nanetto di verde vestito che la sera non sa che fare ed organizza rave sotto la scrivania, ciò spiegherebbe anche tutto l’accumulo di schifose sozzure che vi raccolgono nel giro di una notte, oppure è Frankie che, con le sue zampine di coniglio, lascia i segni del suo inavvertibile passaggio, ricordandomi che tutto è precario, anche la mia sanità mentale.  - È inutile che mi stai alle spalle con quel ghigno stampato in faccia. Non ti vedo! - . L’ultima volta che ho spinto il tasto on mi è invece apparso uno di quei messaggi che ti fanno raggelare il sangue: scritte bianche su sfondo azzurro. Di solito non portano buone notizie. Stavolta parlano di un’installazione di un sw e\o hw che ha provocato un problema che ha indotto l’arresto di windows per impedire danni al computer. Bella storia: di quale nuova installazione stiamo parlando? Ho resettato. Adesso rifunziona, cioè per lo meno windows parte. Peccato che dopo un po’ appare un altro messaggio lapidario che dice “Attenzione il sistema è stato ripristinato in seguito ad un errore grave” e che mi ricorda che tutto è precario, anche l’equilibrio di Echo. Ho masterizzato il masterizzabile e continuo come se niente fosse. - E smettila di sbellicarti dalle risate. Io almeno ancora sono viva –. Ma guarda come cavolo è fatto un mouse. E quanto sudicio sudiciume si forma su rotelle e rotelline!
È rientrato qualcuno. Strano, non riconosco i rumori che distinguono il rientro di ciascuna delle mie coinquiline: rumore di chiavi nello svuota tasche per la Dharma, l’aprirsi della porta in fondo al corridoio per la Taylor, passo felpato e tintinnio di accessori fashion per Shela. C’è qualcosa che mi inquieta. La porta d’ingresso non viene richiusa. Rimango in apnea aguzzando l’udito. Sembro il gatto quando punta la tana della talpa.
Ma vedi che sfortuna proprio adesso doveva sfilarsi una delle zozze rotelline. Ohi ohi!? E chi la ritrova sul parquet? Eccomi in ginocchio sotto la scrivania. Da gatto a talpa nel giro di un secondo.
Qualcuno apre la porta della stanza. “ Là, meno male che sei tu! Mi aiuti che ho perso una rotella interna del mouse che più minuscola non potevano farla. Là? LaaaAAAHHH?!!??”. Una figura che sembra quella di un uomo avanza verso di me, barcollando. La sua pelle è livida, la bocca aperta. Sbava. È molto lento e impacciato nei movimenti. Meno male, perché io continuo ad urlare e rincattucciarmi sotto la scrivania. Sono invasa da una paura incontrollabile. Possibile che sia succedendo veramente? Non c’è dubbio: si tratta di un mostro, uno zombie, un non-morto, un orrore vomitato dai racconti di Lovecraft che tengo sul comodino. La sua lentezza è un’agonia, così non mi raggiungerà presto. Forse non mi troverà nemmeno. Non dimostra dimestichezza con il suo corpo. Deve essere un mostro da poco: non deve avere ancora ucciso nessuno. Sa solo di avere fame e che qualcosa nella stanza in cui è entrato lo sazierà. Bene, organizziamoci. Se scatto come un puma di montagna sulla sinistra riesco di certo a mettere il tavolo fra me e lui. E se tutto ciò che ho letto e visto sull’orrore che mi sta davanti, basterà fracassargli la testa per renderlo di nuovo un morto. Lo spingerò contro il muro usando il tavolo. Sì, ce la faccio. È un fantoccio cieco. Non ha tanta forza. I suoi occhi iniettati di sangue sembrano quelli di chi ha pianto tanto. Non mi fa più paura come prima. Però tremo ancora. Mi fa quasi pena. È a terra che, ripiegato su se stesso, si contorce come quello strano moscerino che ho trovato nel lavandino di cucina l’altro giorno e che ho salvato, tirandolo fuori dalla goccia d’acqua in cui stava annegando. L’ho osservato a lungo sul davanzale della finestra su cui l’ho posato: con movimenti inconsulti si metteva zampe in aria, si arrotolava su se stesso e poi passava affannosamente le zampe posteriori, più lunghe, sulle ali. Poi si rimetteva in piedi e cercava di spiccare il volo. Ma le ali ancora appiccicate sul suo corpo glielo impedivano. E allora ricominciava a ripulirsi. Ma lo faceva in modo così convulso che ho provato dolore per la sua inconsapevolezza. Deve provare lo stesso idiota dolore il tizio rantolante sul parquet della mia stanza. Prendo una sedia e gliela rompo in testa. I suoi movimenti si fermano di colpo. Gli occhi si spalancano oltre misura. Un liquido vischioso si spande silenziosamente sul pavimento. Mi torna in mente l’immagine dei polli sgozzati e mi rendo conto che un’arma appuntita e pesante, magari di acciaio, mi avrebbe fatto comodo. Sto ancora cercando di riprendere possesso dei miei pensieri e del mio corpo, quando un’altra presenza entra nella stanza. Stavolta sono più pronta: l’adrenalina scorre nelle mie vene. Facendo attenzione alla bocca che provoca l’infezione “zombizzante”, almeno così mi pare di ricordare, un morso e divento una di loro, due morsi o più e divento il loro pasto, la tiro dal braccio che stende davanti a se, proprio come se non vedesse, mentre l’altro lo usa per appoggiarsi al muro, proprio come se avesse difficoltà a stare in equilibrio sulle gambe. Mi chiudo la porta dietro le spalle e con furia cerco un’arma. Ah come vorrei avere l’ascia con cui spacca la legna l’Antoinette. È leggera, maneggevole e affilata. Ma in un appartamento che posso trovare di altrettanto allettante? Un coltello per il pane? Troppo flessibile. Un mestolo d’acciaio? Troppo leggero. Il coltello per le bistecche? Troppo corto di lama e di manico.  La mezzaluna? E chi l’ha mai avuta? L’amica è più sveglia del previsto. Sta per aprire la porta. Ancora un po’ e ci riesce. Le sbatto la porta contro con tutta la rabbia che mi è salita fino agli occhi perché non ho trovato un’arma decente. Poi me la richiudo dietro. Pensa, pensa, pensa. Cerca, cerca, cerca. Il matterello? Meglio di niente. Posso provarlo subito sul compare che fa capolino dall’ingresso. Un colpo teso e… vai! Funziona, ma non bene. Mi serve qualcosa di appuntito perché la calotta cranica è molliccia e le cose di legno, tipo la gamba della sedia e il matterello, tendono leggermente a rimbalzare e poi rimangono invischiate in quello che doveva essere il cervello. Ancora la testarda donnina riapre la porta. Stavolta la termino! “Donnina aspetta lì che adesso arrivo! Fammi cercare qualcosa di adatto. Guarda che non mi scappi!”. Pensa, guarda, cerca, pensa, guarda, cerca. Cerca, cerca ah-ah! Adesso si che ci siamo! Il martello: pesante perché un signor martello di una volta, piatto da una parte, bello appuntito dall’altra, vediamo che effetto ha! Riposa brutta testarda donnina! Chiudo la porta d’ingresso. Ho bisogno di fare il punto della situazione. Non è possibile, ma credo ci sia in atto una zombificazione. I tre “amici”, che spurgano a terra i loro liquidi umorali interni e quelli celebrali, non sono miei conoscenti. Non sono nemmeno i condomini dello stabile. Chi sono? non credo siano i soli. Temo si tratti di una zombificazione di massa. Solo lui può illuminarmi. Devo raggiungerlo immediatamente.
L’appartamento è in ordine. È tutto pulito e luminoso. Sfortunatamente all’ingresso l’inferriata non si chiude, sembra forzata. Sarebbe stato utile in caso di visite non gradite. In effetti, ora che ci penso, il fatto che l’ingresso sia preceduto da un pre-ingresso blindato, non mi sembra più un vezzo architettonico: sembra voluto proprio per fronteggiare una situazione come quella che mi si è presentata poco fa. Avanzo cautamente, stringendo il martello tra le mani. La stanza da pranzo è candida, sul tavolo c’è un tavolo con rose bianche. La luce e il tepore del giorno primaverile irrompono dalle finestre poste sulla parete alla mia destra. Per il dolore che mi genera la vista del salotto avvolto dalla penombra, mi dirigo verso la porta alla mia sinistra, una pupilla nera in tanto chiarore: un contrasto angoscioso. Finalmente trovo la sua canuta madre seduta nella semioscurità. “Dov’è lui?”, le chiedo portandomi davanti la poltrona dove sta seduta dando le spalle alla porta. Vedo, con dispiacere, che la signora di nero vestita si stropiccia le mani, piagnucolando tra sé e sé. “Lui non c’è”, dice con voce flebile. “Ma sta bene”. Pensa dunque che io sia venuta ad appurare se lui sta bene. Mi parla senza alzare lo sguardo. Mi parla come se… probabilmente è successo l’irreparabile. “È uscito”. È in casa spero soltanto che sia morto e non che… . “Non torna presto”. Ritorno sui miei passi e ripassando dalla sala da pranzo mi dirigo verso la porta della zona notte. Urto il tavolo e il vaso cade a terra. Si frantuma. Un corpo giace bocconi nel bagno. È il suo. Lo rigiro e due occhi rossi mi fissano. “Sarò uno di loro tra poco. Fuggi”. Il martello mi cade di mano mentre, fuori di senno, corro verso l’uscita. Peccato che l’unica via d’uscita sia un ascensore, un ascensore che ci mette troppo ad arrivare. FINE?
« Ultima modifica: 19 Maggio 2007, 00:10:18 da ramingo »
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« Risposta #1 il: 12 Maggio 2007, 00:43:14 »

brava rami molto bello complimenti, sei in gamba....io nn riuscirei a scrivere dei racconti boh nn so perchè
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ramingo

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« Risposta #2 il: 15 Maggio 2007, 18:24:43 »

solo per dark riporto una filastrocca che tanto le è piaciuta...

A come Armatura
Bi come Bravura
Ci come Canaglia che con me viene in questura.
Di come Diamante
E come Elefante
Effe sei un Furfante che in galera finirà!
Per Gi c’è tanta Gente
Per Acca non c’è niente
Per I..mmediatamente alla Elle passerò.
Elle L’animale
Emme Meno male
Enne è Natale e tanti doni io avrò!
per O c’è l’Orco
per Pi c’è Pinocchio
per Q Questo marmocchio che stasera mangerò.
Erre come Roma
Esse some Strade,
di Tutte quelle strade che a Roma porteranno.
Uh che bella storia!
Vu Vi ho raccontato
Zeta ho tanto zonno
Ed a letto me ne andrò…
sotto le coperte
fanno le capriole
tutte le parole
ed un’altra storia inventerò.

e con l'occasione saluto le suore e le maestre della scuola materna.

 
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« Risposta #3 il: 15 Maggio 2007, 19:08:35 »

è TROPPO FORTE RAMI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
 
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Massimiliano

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« Risposta #4 il: 16 Maggio 2007, 00:25:36 »

Bella ramì! :lol:

Però un consiglio, quando scrivi qualche storiella/filastrocca o altro, apri sempre una nuova discussione che così hanno più visibilità ;)

Cmq si forte!! :D
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« Risposta #5 il: 16 Maggio 2007, 01:07:09 »

Hai visto massi che bella?????

l'ha riportata sul forum x me!!!!!!


che forte!!!!
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ramingo

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« Risposta #6 il: 18 Maggio 2007, 18:59:47 »

MAX c'è un detto: chi fa da sè fa per tre.
io faccio per tre...
ad aspettare te mi vengono i capelli bianchi!!!
 :ph34r:
« Ultima modifica: 21 Maggio 2007, 18:27:10 da ramingo »
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« Risposta #7 il: 05 Settembre 2007, 10:35:31 »

Quanto dobbiamo aspettare per una nuova storia??????? :huh:  :huh:  :huh:  :huh:

Ramì ancora sei in vacanza????? :D  :D
« Ultima modifica: 05 Settembre 2007, 10:35:47 da Salvatore »
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ramingo

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« Risposta #8 il: 06 Settembre 2007, 12:31:51 »

agli ordini badrone.
beccati sto' racconto a tema... avrei preferito pubblicarlo più in là nel tempo per non rischiare di portare sf**a a casuccia.

incrocio le dita mentre faccio copia e incolla...
« Ultima modifica: 06 Settembre 2007, 12:38:07 da ramingo »
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« Risposta #9 il: 06 Settembre 2007, 12:35:49 »

Fiamme

Agosto, una giornata di caldo afoso e di vento di scirocco.

Solo il fresco del salotto, trattenuto dagli spessi muri, permetteva ad Emma di lavorare alla sua tesi. C’era voluto più tempo del previsto per raccogliere tutte le informazioni e i dati, ancora di più per poi organizzarli in una forma consona alla tesi che dovevano appunto dimostrare.

Erano già le tre del pomeriggio.

Una foschia innaturale si presentò alla finestra. Emma distolse lo sguardo dal monitor meccanicamente, mentre ancora le sue dita digitavano le lettere dell’ultima parola che stava scrivendo. Poi ripose lo sguardo sull’asta che intermittente attendeva di diventare una virgola. Era soprappensiero, ma il suo istinto era stato in grado di percepire il pericolo. Quando però venne disturbata da un pungente odore si alzò e uscì di casa.

Una danza di cenere la accolse poco gioiosamente. Il boschetto vicino casa bruciava.

Nel silenzio.

Improvvisamente il vento si alzò impetuoso: le fiamme alte e rumorose avvilupparono un canneto e minacciose resero l’aria irrespirabile.

Il crepitio divenne suono di morte e distruzione.

Perché? Perché questo gesto? Era l’unica cosa che Emma riusciva a pensare.
Da giorni piccoli focolai erano stati appiccati nelle zone incolte, dove sterpaglie e vecchi alberi si trasformavano velocemente in fumo, cenere e carbone. Era il rituale a cui i contadini non sapevano rinunciare: l’intenzione primaria era quella di pulire i limiti dei propri possedimenti, fare pulizia; quella secondaria era creare disagi e magari danni all’appezzamento vicino, del resto se l’erba del vicino è secca è meglio che bruci. Per alcuni era questo l’intento primario: perciò non necessariamente aveva terreni da mantenere puliti chi decideva di accendere un fuocherello al limitare della strada o meglio ancora in montagna, preferibilmente lontano dal proprio domicilio, in una zona poco frequentata, in una zona dove poi sarebbero cresciuti i funghi alla prima pioggia, o l’origano la primavera successiva. Luoghi dove per almeno quattro anni le mucche non avrebbero potuto ritrovare il loro pascolo abituale. Rituali tribali. Rituali simili a quelli dei gatti che marcano il loro territorio con l’urina; simili e non uguali solo perchè il liquido usato per affermare la propria esistenza è infiammabile.

Giorgio, il papà di Emma, temeva potesse accadere anche all’appezzamento di terreno che attorniava la loro isolata casa: erano già tre anni che lo avevano risparmiato. Troppi. Ma quest’anno aveva cercato di evitarlo: all’imbrunire e all’alba prendeva il suo fuoristrada e percorreva il tratto di strada che lo costeggiava a settentrione. Un errore. A chi tre anni prima riuscì a bruciargli il capanno, l’inquietudine di Giorgio sembrò proprio un invito a compiere lo stesso gesto. Così prese l’abitudine di seguirne i movimenti e aspettò un giorno arso e ventoso di fine agosto per compiere la bravata. Più danni avrebbero fatto le fiamme, più gustosi sarebbero stati i bocconi che avrebbe ingurgitato a cena. Stavolta gli era andata di lusso: poteva gustare cene su cene con lo stesso dolce sapore. Stavolta a bruciare non fu solo il capanno ma anche la casa. Stavolta non solo cespugli, arbusti, sterpaglie divennero cenere e fumo. Anche Emma, dopo essere rimasta soffocata dal fumo, venne raggiunta dalle fiamme che l’avvilupparono. Divenne cenere che il suo assassino respirò la sera a cena, cenere che spinta dal vento si depositò su ogni povera cosa del suo assassino, cenere che si mescolò alla pioggia che, troppo tardi, cadde abbondante e che pietosamente restituì ai vivi quella che ora non lo era più. Sergio non ne rimase sconvolto: che cosa ne poteva sapere lui che il vento avrebbe cambiato direzione? Peggio per Giorgio che non aveva zappato l’uliveto! Invece di girare con il fuoristrada poteva pure utilizzare la benzina e la forza per farlo invece che spenderle in modo infruttuoso! Del resto i soldi non gli mancavano: poteva chiamarlo e lui una giornata di lavoro non gliela rifiutava mica. Ed Emma? E chi la conosceva? Avrebbe fatto meglio a rimanere dove stava! Era una tipa strana: sempre sui libri, mai che andasse a far visita a nessuno. Sempre chiusa in casa, mai una volta a far i lavori nei campi, mai alla festa del patrono. Eppure i nonni si che ne erano grandi lavoratori! Era sempre pallida! Un’incapace: non era riuscita nemmeno a scappare davanti al fuoco! Se non moriva così sarebbe morta presto lo stesso. E buona notte ai sonatori. Sergio s’addormentò tranquillo: quella notte sognò di vendemmiare. In fondo la sua coscienza era pulita.

Emma non morì in pace. Si rese conto di tutto: soffrì atrocemente quando bruciò viva e si maledisse maledicendo il suo assassino. La sua presenza avvelenò il terreno che era bruciato con lei. Lì non vi crebbe più niente: solo un’erba malata copriva il suolo ma non uniformemente, solo a chiazze. La rabbia consumava il suo spirito come le fiamme avevano fatto con il suo corpo. Ma il tempo passò lo stesso, gli anni si susseguirono uno dopo l’altro. La casa di Giorgio non venne più ricostruita dopo l’incidente. Egli preferì andare via: voleva solo dimenticare. Dimenticare si, ma non Emma: voleva solo dimenticare che quel posto aveva ucciso la sua bambina, il posto che riteneva potesse proteggerla. Si trasferì in città, in un piccolo appartamento anonimo.
Sergio campò ottant’anni senza un acciacco o un dispiacere. Suo figlio si sposò e continuò a lavorare i campi insieme a lui. Lo rese nonno. Ai suoi nipoti raccontava spesso del perché la casa a fianco era diroccata. Colpa del fuoco che tanti anni prima aveva bruciato mezza collina. Rosa ascoltava volentieri il nonno. D’estate le piaceva dormire nel sottotetto da dove poteva vedere la casa maledetta. Era una ragazzina forte e sicura di sé. Badava alla casa e le piaceva prendersi cura della capretta dal cui latte era capace di fare il formaggio che tanto piaceva al nonno. Era brava anche a scuola, ma l’estate le permetteva di fare quello cui propendeva naturalmente.

Agosto, una giornata di caldo afoso e di vento di scirocco.

Rosa lavava i panni alla fonte. Era un refrigerio poter stare ammollo nell’acqua fredda che sgorgava potente dalla roccia. Da sempre avevano la lavatrice a casa, ma ogni tanto faceva contenta la nonna e le lavava i panni con il sapone che la stessa faceva in casa con la cenere. Rosa era sempre pronta a fare le cose che le chiedevano, con la capacità di farle sempre nel migliori dei modi. Spesso era lei a prendere le decisioni più importanti in famiglia.

Erano già le tre del pomeriggio.

Una foschia innaturale si presentò tra i rami degli alberi alle spalle della fonte. Rosa distolse lo sguardo dai panni che stava lavando meccanicamente, mentre ancora le sue mani torcevano una tovaglia. Poi ripose lo sguardo sull’acqua che scrosciante riempiva la vasca in cemento dove anche i tovaglioli aspettavano di essere sciacquati. Era soprappensiero, ma il suo istinto era stato in grado di percepire il pericolo. Quando però venne disturbata da un pungente odore si diresse risoluta verso casa.

Una danza di cenere l’avvolse poco gioiosamente. Il boschetto vicino casa bruciava.

Nel silenzio.

Improvvisamente il vento si alzò impetuoso: le fiamme alte e rumorose avvilupparono un canneto e minacciose resero l’aria irrespirabile.

Il crepitio divenne suono di morte e distruzione.

Sergio si svegliò di soprassalto dal sonno che ne ridestava le forze ogni pomeriggio d’estate. Era Rosa che lo chiamava: nonno sveglia! Emma è venuta a prenderci. Ma egli non vide altro che fiamme.

 
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ramingo

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« Risposta #10 il: 06 Settembre 2007, 12:36:46 »

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« Risposta #11 il: 11 Settembre 2007, 20:55:12 »

Hai mai pensato di scrivere sceneggiature per Films Holliwoodiani?????

 :D  :lol:  B)  :rolleyes:  ;)
« Ultima modifica: 11 Settembre 2007, 20:55:51 da Salvatore »
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« Risposta #12 il: 21 Settembre 2007, 18:08:51 »

Azz bellaaa!!!!!!! dagli un titolo e mettila in un nuovo post dai! è un peccato lasciare sto racconto tra i commenti di un altro :P
« Ultima modifica: 22 Settembre 2007, 20:19:42 da ramingo »
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« Risposta #13 il: 22 Settembre 2007, 20:15:08 »

dato che lo stress mi rende produttiva a mille, ho pronto un altro racconto dedicato a chi pensa che talvolta la propria compagna di vita e/o zita, se può, ti affossa...

PS: stavolta c'è la morale,  chi la trova è bravo.
« Ultima modifica: 22 Settembre 2007, 20:17:56 da ramingo »
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« Risposta #14 il: 22 Settembre 2007, 20:16:29 »

SAREBBE STATO
Sarebbe stato l’ennesimo anniversario passato nella banalità di regali scelti con poca cura, gesti forzati e parole ipocrite. Tuttavia non potevano ignorarlo. Ancora una volta lui non sarebbe riuscito a sostituire il solito mazzo di fiori con un pensiero meno insignificante, mentre lei non avrebbe saputo far altro che organizzare un dopocena “speciale”. Lei questa volta manifestò un’ispirazione diversa generata da un pensiero bislacco, fu come dominata da un’idea che la rese di buon umore fin dal giorno prima.
La loro era una storia come tante altre, con fasi alterne di liti e riconciliazioni. Ma da due anni, forse tre, qualcosa di strisciante e velenoso si era insinuato nella loro vita: silenziosa e appestante la quotidianità aveva preso il sopravvento. Non erano più due individui capaci di coltivare interessi con cui arricchire la vita comune, non avevano più obiettivi da raggiungere insieme. Avevano perso ogni entusiasmo, sfiniti dalla necessità di dover soddisfare le esigenze immediate, giornaliere. Ormai vivevano lui per lavoro, lei per il volontariato. Ogni mattino si rivestivano delle divise imposte dai loro ruoli e si annientavano. Non affrontavano da tempo un discorso insieme, serio o banale che fosse. In realtà non avevano nulla da dirsi, impegnati com’erano a focalizzare la loro attenzione sugli impegni abituali che scandivano il ritmo delle loro giornate. In questo erano uguali. La cosa peggiore era che non davano importanza a questa situazione di stallo; erano indifferenti l’uno all’altra. Non esistevano più e non lo sapevano.
O meglio, lui non lo sapeva; lei, invece, lo aveva scoperto da poco.
Per un colpo di vento la tenda aveva fatto cadere, rompendone il vetro, la cornice con la foto del loro viaggio in Scozia.  Nel raccogliere i cocci lei rimase folgorata: si ricordò della promessa che aveva fatto a se stessa  quando decisero di convivere. Non avrebbe permesso che la sua vita futura assomigliasse a quella di sua madre. Eppure, ora, si trovava in una situazione simile: viveva, inosservata, nel silenzio. Cambiava il fatto che non era stata consumata dal forte carattere del suo compagno, ma, comunque, era stata anch’essa trasportata lontano dalle sue ambizioni. Forse era anche peggio. Aveva dimenticato chi era e perché aveva deciso di abbandonare l’università e di seguirlo, inconsapevole, nella nuova città. Si era abituata a vivere in un ambiente asettico, privo di forti emozioni, dove la meccanicità dei doveri quotidiani le aveva fatto dimenticare di essere viva. La sua fu una riflessione improvvisa e purificatrice.
Il giorno arrivò come ogni altro.
Il caffè caldo e fumante lo aspettava in cucina. A differenza delle altre mattine però c’era anche una fetta di torta e una spremuta d’arancia, il tutto accompagnato da un messaggio stretto in un nastro di raso bianco. Lo lesse distrattamente sorseggiando il liquido nero. Un sorriso gli si stampò in faccia. Per un attimo i suoi occhi splendettero. Lei lo osservava, non vista, compiaciuta dell’effetto ottenuto ed aspettò un po’ prima di apparirgli radiosa nel suo vestito giallo. Per una strana alchimia quella mattina si guardavano come se si scoprissero piacevolmente curiosi dei pensieri l’uno dell’altra e si sentirono come rigenerati da un comune senso di interesse per la persona che li fissava negli occhi e che si nascondeva sotto i depositi di polverosi e anonimi ieri. Misteriosa creatura protetta da un banale involucro. Scorza opaca, custode di una polpa sconosciuta: forse amara, forse dolce, forse insipida. Durò solo fin a quando lui, dopo aver visto l’ora con la coda dell’occhio, si alzò e, sfiorandole il braccio con un gesto goffo, indice della poca complicità fra i due, infilò frettolosamente la giacca e con un “ciao, a stasera” scomparve dietro la porta d’ingresso. Lei, ancora rapita dall’intensità del risultato ottenuto col suo primo piccolo gesto, non rispose nemmeno, proiettata com’era nella visualizzazione del suo progetto. Non le serviva poi tanto. A pranzo non si sarebbero visti; a cena sarebbero stati, come ogni anno, da Orazio. Dunque doveva solo preparare l’occorrente per  rendere diverso il loro rientro. Innanzitutto serviva  ghiaccio, una bottiglia del suo liquore preferito, candele, l’arma , asciugamani puliti...
La notte arrivò come ogni altra.
Le rose rosse: magnifiche. La cena ottima, la conversazione pure.  Lei trasalì un pò quando lui le chiese di andare via. Già! La promessa di una serata diversa, la  promessa contenuta nel messaggio del mattino. Arrivati a casa lui si liberò subito della cravatta per poi scivolare nella cabina armadio e cambiarsi, lei accese le candele e riempì i bicchieri. Controllò che nella vasca il ghiaccio non si fosse sciolto e si sedette compiaciuta della sua efficienza. Lui, inconsapevole e rilassato, nella sua vestaglia orientaleggiante bevve e bevve. E più beveva e più  il suo chiacchiericcio diventava fitto e piacevolmente insensato. Lei all’improvviso si alzò di scatto per prendere qualcosa dal tavolino. Gli si avvicinò sorridente e flessuosa e, con un rapido gesto, gli conficcò una scheggia di vetro nel fianco sinistro. Tutto avvenne in silenzio. Soffocante. Un fiotto di sangue vischioso e di un bel rosso cupo fuggiva dalla ferita profonda. Lui la guardava impaurito ed attonito mentre si accasciava sul pavimento. Non avvertiva dolore; era intorpidito e rallentato nei movimenti: colpa dell’antidolorifico aggiunto all’alcool. Lei, flemmatica, gli si inginocchiò accanto e accarezzandogli la testa, con lo sguardo perso nel nulla, dopo averlo imbavagliato con la cravatta, iniziò a parlare: ”Non voglio che il mio agire resti per te oscuro. E’ il regalo più grande che potevo fare a noi due.” Nel frattempo estrasse con atto deciso il coccio dal fianco e prese a tamponare lo squarcio con gli asciugamani puliti che aveva scelto nel pomeriggio. Erano bianchi e il sangue, che lentamente li impregnava, creava una macchia sempre più grande in cui lei rivedeva, come su di uno schermo, i momenti più intensi della loro storia. “Ora ti lascerò dissanguare lentamente: ti lascerò morire senza alcun dolore. Quando sarà troppo tardi chiamerò il 118 e dirò che mentre facevo la doccia sei caduto rovinosamente sul tavolino su cui tenevamo le foto. Probabilmente il fatto che tu abbia preso un antidolorifico nonostante l’assunzione abbondante di alcol giustificherà l’incidente domestico. Il mio goffo tentativo di aiutarti togliendo la scheggia dalla ferita, sebbene elemento determinante la tua più veloce dipartita, un errore dettato dal panico.” Lui era immobile: la guardava mentre amare lacrime gli solcavano il viso. Forse era solo un incubo. Forse l’inconscia consapevolezza di essersi allontanato da lei, di averla dimenticata, lo strano biglietto del mattino, o semplicemente la crema di whisky dopo cena gli avevano fatto elaborare uno scenario onirico, violento e delirante, per la serata del loro anniversario, ma adesso si sarebbe risvegliato tra le sue braccia e avrebbero riso insieme dello strano sogno. Invece era sì tra le sue braccia e lei in effetti sorrideva ma il suo fianco sinistro era lacerato e il suo sangue cominciava ad inzuppare il tappeto. Le sue lacrime si fecero ancora più amare. In fondo non era colpa sua se la realtà aveva sostituito desideri e sogni adolescenziali. Certo avrebbe potuto non imboccare le strade che aveva percorso da solo e che lo avevano portato a desiderare obiettivi che non includevano le esigenze di lei. Forse avrebbe dovuto risvegliarsi dal torpore in cui si era rifugiato da tempo, scrollarsi di dosso l’alibi del lavoro gratificante, alibi che gli permetteva di dimenticarla e di condurre una vita parallela a quella che aveva scelto di vivere con lei; alibi che giustificava il fatto di non essersi accorto della  follia che, senza fretta, si era impossessata di lei giorno dopo giorno, mese dopo mese. F o r s e...
L’atto istintivo di stringere gli occhi sotto quel sole accecante gli faceva assumere un’espressione così buffa tanto che lei, guardandolo, non smetteva di ridere. Era stata una bella idea andare al lago quel giorno, avevano ritrovato la sintonia di un tempo. Solo gli dava fastidio quell’umido sotto la schiena e quella luce in viso. Avrebbe voluto alzarsi ma non poteva perché lei gli fermava la testa. “Eonai, eonai, eo…” farfugliava non riuscendo a ben articolare l’unica preghiera che gli saliva alle labbra: perdonami. Delirava.
Ora non era più in salotto, era nella vasca da bagno ricoperto di ghiaccio. Lei, vedendolo di nuovo cosciente, riprese a parlare: “Ancora un po’ e per te sarebbe stato troppo tardi. Spero tu apprezzerai quanto ho fatto per te per questo nostro anniversario. Ti ho regalato qualcosa di prezioso: la consapevolezza e la voglia di vivere.”  
Un’ambulanza squarcia con la sua sirena il silenzio di una notte come tante altre. Emma meccanicamente ripete come in trance: “Bevo il tuo sangue,\ spezzo le tue membra una a una.\ E resto vegliando \ per anni nella selva \ le tue ossa, la cenere, \ immobile, lontano \ dall’odio e dalla collera, \ disarmato nella tua morte, \ attraversato dalle liane, \ immobile nella pioggia, \ sentinella implacabile \ del mio amore assassino.”
« Ultima modifica: 22 Settembre 2007, 20:21:03 da ramingo »
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sotto questa maschera troverai un volto, ma quel volto non é il mio
più di quanto lo sia la carne o le ossa ancora più sotto di esso.

 

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