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Risorse e Storia delle Produzioni
Data la conformazione del territorio, sui dolci pendii che portano al mare e favoriti dal clima mite e dall'abbondanza di acqua, gli abitanti di Buonvicino hanno trovato nell'agricoltura la fonte primaria di sostentamento.

Da sempre a Buonvicino è stata coltivata la vite per poi produrre, con i dolci frutti, del buon vino rinomato e apprezzato anche nel circondario.

Un tempo era davvero una ricchezza ed una fortuna poter accompagnare il modesto pranzo quotidiano, composto principalmente da formaggio pecorino, cipolle, pane fatto con farina di miglio e qualche verdura, con un ottimo e corposo vino.

La carne era un privilegio che ci si concedeva solo nelle feste e quella che veniva consumata era prevalentemente quella suina, caprina e degli animali da cortile; invece i bovini si macellavano solo quando erano troppo vecchi per dare aiuto nei campi o per fornire il latte, elemento di base per la produzione del formaggio.
Non si disdegnava la selvaggina.

immagine Oltre alla coltivazione dei vigneti, veniva praticata la coltura della canna da zucchero (cannameli), introdotta ad opera degli Aragonesi. Le piante venivano irrigate e coltivate fino a quando venivano portate nei frantoi. Il liquido ricavato veniva fatto bollire e una volta addensato, veniva filtrato e infine essiccato.

La coltivazione scompare nel 1800, quando in tutta Europa si diffonde la coltivazione della barbabietola da zucchero da cui si estrae il prodotto finito attraverso tecniche industriali.

Sempre nello stesso periodo di dominazione Aragonese, si diffonde la sericoltura, operata essenzialmente dalle donne. La filanda, allocata nel centro storico, diventa luogo di incontro per le paesane nonché di raccolta e lavorazione delle fibre tessili. Da allora fino al 1935 proprio per l'attività svolta dentro le mura della cittadella, le donne del paese venivano dette "filatrici" mentre quelle delle campagne "foritane".
Ogni famiglia aveva il suo allevamento e moltissime piante di gelso.

La sericoltura richiedeva molto tempo e molta pazienza cosicché con l'avvento della industrializzazione e con la scoperta dei tessuti sintetici svanì del tutto.

Un periodo di fiorente economia si registrò nel Rinascimento, quando sul territorio di Buonvicino si insediò la nobile famiglia dei Cavalcanti. Risale allo stesso periodo l'edificazione dei due palazzi ducali, ancora oggi presenti, situati uno nel centro storico e l'altro nella frazione Lago. Fra i componenti della casata dei Cavalcanti, è d' obbligo ricordare Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, illustre gastronomo al quale è dedicato l'Istituto Alberghiero di Stato di Napoli.
A lui spetta il merito di aver tramandato la cultura della cucina "vommicinara" attraverso un libro, custode di ciò che si intendeva per perfetta competenza culinaria. L' ammirabile gastronomo nelle sue ricette non descrive il solo procedimento della preparazione della portata, bensì anche i metodi di presentazione e servizio delle vivande. L' originalità espositiva ne fa perdonare la scarsa correttezza linguistica.
immagine Nelle edizioni del 1837 o del 1858 si può ancora apprezzare la lodevole didascalia in dialetto buonvicinese.
Purtroppo, successivamente le traduzioni di vari editori ne hanno fatto perdere tutta la sigolarità, trasformandolo in un ordinario ricettario.

Negli anni '70 si diffuse la coltivazione e la vendita del cedro; attualmente la cedricoltura è quasi scomparsa perchè la coltivazione del Cedro avviene ancora nella maggior parte dei casi secondo tecniche tradizionali dispendiose e impegnative. Le piante, la cui crescita in altezza viene limitata ad un metro e mezzo, vanno ricoperte con canne o reti ombreggianti durante il periodo invernale per proteggerle dal gelo. Poi la raccolta va effettuata carponi sotto le basse e spinose cedriere, con evidenti difficoltà e richiedendo un numero di ore maggiore rispetto alle altre coltivazioni agrumicole.
Quei pochi che ne continuano la coltivazione, lo usano solo per ricavarne canditi o liquori da consumare nell'ambito familiare.

La cedricoltura si è diffusa nella Calabria tirrenica, e anche a Buonvicino per merito degli ebrei i quali, da migliaia di anni, riconoscono al cedro una importante funzione simbolica legata alla celebrazione della festa di Sukkoth, o festa delle Capanne, di cui parla il vecchio testamento. Durante la festa gli ebrei recano nella mano destra il Lulàv ossia un mazzo costituito da un ramo di palma, due rami di salice e tre di mirto, mentre nella mano sinistra recano il frutto del cedro. Questa spada vegetale verrà agitata nelle sinagoghe nelle sei direzioni, a riconoscimento della presenza di Dio. Il significato politico e sociale del Lulàv consiste nello sforzo che bisogna compiere per far coesistere il saggio e l'ignorante, il ricco ed il diseredato, chi produce e chi consuma. Il cedro è considerato "il frutto dell' albero più bello" essendo molto profumato e saporito e perciò indica colui che alla saggezza fa seguire le buone opere.
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