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Autore Topic: Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui  (Letto 15614 volte)

ramingo

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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« il: 24 Maggio 2007, 18:57:09 »

Scusate non ho resistito!
uno dei miei siti preferiti (oltre a buonvicino.net...) è scheletri.com, sito che è cresciuto grazie alla passione di tanti giovincelli per la scrittura.
Ebbene oggi ho trovato  un racconto meraviglioso che sembra scritto appositamente per max e sax (gli amministratori)!!!

Vi lascio il link in modo che possiate leggerlo:

racconto

...
 :P

Anno 2007.
Il cellulare lo fulminò al ritorno dall’ufficio. Spense l’autoradio, accostò, tolse l’aggeggio di tasca, senza entusiasmo. Numero privato, dichiarava il display. Inizio pessimo: c’era sempre la fregatura, quando nascondevano il numero, e Paolo Volpi ne aveva già incassate parecchie. Abortì la nascente bestemmia.
«Pronto?»
«Ohi, Paolo, hai cinque minuti?»
Dario Ferrazzi, appunto. Cosa s’era inventato, stavolta?
«Sì, ma mi servono. Facciamo domani.»
«È urgente. Ci hanno beccati.» Parlava come una radio dalle pile quasi scariche.
«Cosa intendi?»
«Lo sai cosa intendo. Allora, ce li hai cinque minuti?»
Eccolo fregato. Come sempre. Maledetti i numeri privati! E maledetto pure Dario, già che c’era.
«Per forza che ce li ho», rispose stanco.
«Perfetto. Dobbiamo parlarne di persona.»
«Dove sei, adesso?»
«Al 127.0.0.1»
Al solito, pensò. Feticista dei computer. «Perché non puoi dire ‘casa’, come le persone normali?»
«Perché non è lo stesso, lo...»
«Lascia perdere», interruppe Paolo, «e aspettami lì. Arrivo subito.»
Guidò in fretta, sotto un cielo di calcestruzzo. Pareva dovesse piovere da un momento all’altro, ma pareva soltanto: non s’era ancora vista una sola goccia. Tempo di merda, bofonchiò tra i denti.
Ci hanno beccati. Magnifico! Il modo giusto per concludere la giornata. Non aveva neppure la forza di arrabbiarsi, dopo dieci ore d’ufficio. È tutto sicuro, vedrai. Non se ne accorgeranno. Andar male? No, impossibile. Un affare! Quante volte glielo aveva ripetuto, Dario, per convincerlo? Alla fine ce l’aveva fatta, ovvio. Ce la faceva sempre.
Nomen omen, vero?, si chiese ironico Paolo, Volpi di nome ma non di fatto.
Stavolta, però, s’erano ficcati in un bel casino, se li avevano beccati davvero. E tutto grazie a Dario. Hacker, c***ker, wafer: che si facesse chiamare come voleva, quello, ma restava sempre un idiota.
«No, l’idiota sono io che l’ascolto», borbottò di nuovo, mentre parcheggiava davanti alla sua casa. «Sono io l’idiota vero, perché non l’ho ancora mandato dove merita.»
Scese di malavoglia, camminò di malagrazia e bussò in malo modo. Sarebbe dovuto essere sul suo divano, ora, a riposarsi in attesa che l’acqua bollisse. Sul divano a guardare il niente, ma soprattutto a pensare a niente. Invece...
«E non apre nemmeno, lo stronzo!»
Bussò di nuovo, poi provò la maniglia. Era già aperta. Entrò sbuffando.
Non c’era un cane, l’ingresso era buio.
«Dario!»
Premette l’interruttore, lo premette di nuovo. Niente luce. Ma possibile che non funzionasse nulla, quella sera? Chiamò ancora.
«Dario!»
Gli rispose il silenzio. Con un sospiro, si avviò verso l’interruttore generale, che fortunatamente non era molto lontano. Con tutte le volte che l’aveva sistemato lui, dopo che quel deficiente aveva fatto saltare la corrente, l’avrebbe potuto trovare anche alla cieca. E lo trovò, infatti.
Abbassato, come era lecito aspettarsi. Lo sollevò e si guardò attorno, nella casa ora illuminata. Non una traccia di Dario. Era uscito, lasciando tutto aperto e acceso? Anzi, acceso no, perché mancava la luce. Ma la porta era aperta, questo sì. E allora?
Paolo non aveva ancora deciso se preoccuparsi o arrabbiarsi. Quell’idiota lo aveva fatto arrivare lì, spaventandolo con la storia del “ci hanno beccati”, e poi manco si faceva vedere. Cosa era tenuto a pensare lui, a quel punto? Che lo stava prendendo in giro? O che lo avevano già beccato, chiunque fossero quei loro?
«Dario!», chiamò per la terza volta, avanzando verso la sala. Ancora nessuno.
Tutto era in ordine, però. Almeno, non più in disordine del solito. Il tavolo pieno di cartaccia, due o tre libri sul pavimento, resti di spuntini non ben definiti. Mancava solo il padrone di casa.
Scostò una tenda e guardò dalla finestra. Il cielo era un po’ più scuro, tinto dalla notte imminente, e prometteva sempre pioggia, senza mantenerla. Masticò una bestemmia, per calmarsi.
«E adesso?», si chiese. «Lo chiamiamo?»
Lo chiamò. Posato contro il davanzale interno, trafficò con l’odiato cellulare, utile di tanto in tanto. Non quella volta. Il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile, cantilenò una voce meccanica. Soffocò l’impulso di scaraventarlo contro il muro.
Sparito e col telefono spento. Ottimo.
Si maledisse per l’ennesima volta. Era un idiota di prima categoria: idiota per essersi fidato ancora di Dario e idiota per aver voluto fare una bravata da adolescente stupido, a quarant’anni suonati. La collaborazione del secolo: l’abilità informatica dell’ingegner Ferrazzi, unita alle alte competenze del dottor Volpi, per fregare tutti i sistemi di sicurezza. Butch Cassidy e Sundance Kid, yeah!
Gianni e Pinotto, semmai.
Ci hanno beccati.
Attraversò il pianterreno a grandi passi, stanza per stanza, con la calma di un gorilla in calore, pieno di anfetamine. Niente Dario, quasi l’avessero assunto in cielo, lasciando indietro solo l’immondizia terrena.
Infilò le scale, sbuffando. Che stesse dormendo, di sopra? Roba da ucciderlo! Non sarebbe stata la prima volta che lo convocava d’urgenza, per poi dimenticarsene, come se non gliene fregasse nulla. Ma stavolta lo strozzo, si giurò.
Percorse il corridoio, aprì la porta dello studio e lo vide. Seduto al computer, la più classica delle pose dariesche. Solo che era al buio. «Dario», gli disse, accendendo la luce.
Dario non gli avrebbe risposto.
Glielo suggeriva la testa, piegata in avanti, fino a toccare le mani sulla tastiera. Glielo suggeriva il corpo, nel complesso, abbandonato come un saccone di patate. Glielo suggeriva lo schermo nero del computer: a giudicare dalle cuffie, infilate ancora nelle orecchie, in precedenza doveva essere stato acceso. Glielo confermarono infine le sue stesse dita, quando le posò sul collo dell’amico.
«Merda», commentò a freddo. Non ne avrebbero parlato di persona, poco ma sicuro. E adesso?
Un repentino attacco di fifa tremens gli impose di guardarsi attorno, frenetico. Una casa vuota, con un cadavere: se ci fosse stato pure qualcuno vivo? Per esempio, chi aveva prodotto il cadavere? Non un pensiero gradito, per Paolo. Ci hanno beccati, gli aveva detto Dario, poco prima. Possibile che lo ammazzassero per quello? Per aver frugato un po’ qui e là, nei computer altrui?
Subentrò un’altra idea. Erano passati venti minuti dalla telefonata. Doveva essere morto dopo aver chiamato. Dunque...
«Merda!», ribadì, più convinto.
Chiuse la porta e la barricò con un mobiletto. Forse non era solo, lì dentro, ma una cosa la doveva fare, prima di filare via. Probabilmente inutile, d’accordo, ma poteva anche salvargli il c**o.
Frugare lo hard disk e poi formattarlo, per cancellare ogni prova di ciò che avevano combinato. Sentite condoglianze a Dario, ma non voleva raggiungerlo subito. Volpi di nome e di fatto, per una volta in vita sua.
Stringendo i denti, sfilò la tastiera da sotto il cadavere. Accese.
Mentre aspettava che si avviasse, raccolse le carte sparpagliate sul tavolo, attorno alla stampante, e quelle che ancora ne sporgevano. Spazzatura o documenti importanti? Meglio controllare.
Guardò rapidamente. Formule e schemi strani, che uno Einstein qualunque avrebbe certo capito, in tre, quattro ore di studio. Intascò tutto: se erano inutili per lui, magari potevano non esserlo per altre persone. Magari Dario aveva fregato quei documenti da qualche parte, per esempio...
Adesso, il computer. Era morto mentre ci trafficava: non era impossibile che contenesse indizi utili. Valeva la pena di cercarli, prima di cancellare. Paolo si asciugò la fronte, fissando lo schermo.
La casa era silenzio puro. Sempre meglio che sentire dei passi, però lo metteva a disagio. Tirava una brutta aria. Facciamo in fretta, si disse, battendo i tasti con vago disgusto.
Non voleva pensare a ciò che aveva accanto, accasciato sulla sedia.
Controllò i file recenti, l’ultima data di modifica, tutto, ma non trovò nulla di interessante. Tranne una cosa. Uno strano collegamento sul desktop, etichettato come “Dario Ferrazzi”.
«Perché dev’essere così stupido, da dare il proprio nome ai programmi?», borbottò Paolo. Sapeva di non averlo visto, quando era stato lì la volta scorsa. Forse era una perdita di tempo. Però...
Quasi gli venne un colpo, lanciandolo. Non successe nulla di orribile o spaventoso: s’aprì solo una finestra di dialogo. Ma la finestra non avrebbe dovuto chiamarlo per nome.
«Paolo, sei tu?», gli chiese una stringa di testo.
Deglutì a vuoto. Cosa si deve dire a un programma, in questi casi? Non lo sapeva. Sapeva però che non gli piaceva per niente, quella storia.
«Sì, sono io», digitò in risposta. «Tu cosa sei?»
«Sapevo che saresti stato così idiota da accendere il mio computer...»
«Il tuo...», poi si morse la lingua. Guardò il corpo lì accanto. Possibile? Possibile? No, decisamente no. C'è un limite anche all'assurdo.
«Spiegami cosa significa», scrisse.
«Inutile, non lo capiresti.»
«Grazie della considerazione, eh?»
«Ci conosciamo dall'università, Paolo, lascia perdere. Non hai capito neanche i fogli sul tavolo, giusto?»
Fissò di nuovo il corpo, poi lo schermo. Possibile? Si asciugò il sudore sulla manica.
«Sei Dario?», scrisse, tremando.
«Sì.»
Cristo!
«E dove sei?»
«Al 127.0.0.1, te l'avevo detto.»
«Dunque non era la solita stupidata. Sei davvero al 127.0.0.1?»
«Non lo vedi? Mi hanno beccato, ero distratto.»
«Chi? E come? Spiegami cosa significa questa storia. Subito!»
«Un nuovo virus. Molto bello. Colpisce l'utente, non il computer. Credo sia sperimentale: è un vero onore, per me.»
«Impossibile!»
«Possibile. Opera per forme d’onda. Si salva sul disco e appena ascolti qualcosa... ti becca. Cervello formattato e memoria copiata sul computer, come file eseguibile. Hai capito?»
«No», ammise Paolo.
«Lo sapevo, ma non importa.»
«E i fogli sul tavolo? Cosa sono?», scrisse.
«Il listato del virus. Qualche ora fa lo stavo studiando, mentre ascoltavo un po’ di musica. Poi sono finito così.»
«Bella fregatura. Senti», aggiunse subito, «come hai fatto a chiamarmi, poco fa? Mi hai chiamato tu, vero?»
«Ho chiamato io. È facile telefonare tramite computer, lo dovresti sapere. Non ci vuole un genio.»
«Ma era tutto spento, quando sono arrivato.»
«Semplice blackout. Devo aver sovraccaricato la linea. Come al solito.»
«Già. Ma adesso io cosa devo fare? Non voglio finire così, se permetti.»
«Non ascoltare nulla. Lavora tramite forme d’onda, te l’ho detto. Suoni. Musiche. È una patch, che modifica ogni file audio. Altro non so.»
«Grazie tante...», digitò, aggiungendo varie bestemmie a voce. Ci mancava solo quello: preferiva il carcere, piuttosto che il cervello fritto. E in un modo così assurdo, poi...
«C’è un’altra cosa che devi fare», scrisse il programma-Dario.
«Cioè?»
«Formattami lo hard disk, ti prego.»
«Perché?»
«Perché così sparirò. Non è molto divertente, il 127.0.0.1...»
 
Rimase a lungo a fissare il corpo dell’amico, dopo aver chiuso il programma. Cosa poteva fare, ora? Costituirsi? Cancellare ogni traccia e filarsela, sperando in bene? Non aveva capito molto, di quella storia assurda, ma quel poco era più che sufficiente a terrorizzarlo. Sembrava folle, ma aveva un suo senso. Contorto, ma c’era. Quasi una legge del contrappasso.
Dario Ferrazzi era bruciato. Restavano un file sul computer e un cadavere sulla sedia, con le cuffie ancora nelle orecchie. Grottesco. Inverosimile. Concreto, purtroppo.
«Ci sei davvero, al tuo amato 127.0.0.1... E non ti piace, giusto?», mormorò, con un sorriso smorto.
Doveva formattare tutto e andarsene. Quella casa gli metteva i brividi, con la notte che calava. Però non era soddisfatto. Forse poteva scoprire qualcosa di più, per proteggersi. Mica voleva finire così anche lui! Dario era morto studiando il virus. Che avesse con sé qualche dato utile per individuarlo? Agiva tramite forme d’onda, gli aveva detto. Cioè suoni. Lo guardò meglio.
«Chissà cosa stava ascoltando», si chiese, sfilandogli le cuffie. Potrebbe essere un indizio, pensava, sistemandosele sulle orecchie, giusto per sapere a cosa devo stare attento. Paolo aprì l'ultimo file, a titolo puramente informativo.
Volpi di nome, ma non di fatto.
Adriano Marchetti
« Ultima modifica: 28 Luglio 2008, 14:30:47 da ramingo »
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #1 il: 19 Giugno 2007, 18:15:31 »

giusto perchè oggi è una giornata così, inserisco un pò di triste consapevolezza.

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d'essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
(Fernando Pessoa)

 
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #2 il: 19 Giugno 2007, 18:26:07 »

Ricordo bene il suo sguardo.
Attraversa ancora la mia anima
Come una scia di fuoco nella notte.
Ricordo bene il suo sguardo. Il resto…
Sì, il resto è solo una parvenza di vita.

Ieri ho pesseggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D'improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter
vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo è tutto.

Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona.
Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose
Dove soffrire è qualcosa di più dolce,
dove vivere costa meno al pensiero,
e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole
e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali
né al giorno del mese o della settimana che è oggi.

Do asilo dentro di me come a un NEMICO che temo d'offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.

(F. Pessoa - da Poesie inedite)
« Ultima modifica: 25 Giugno 2007, 16:34:25 da ramingo »
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« Risposta #3 il: 19 Giugno 2007, 18:32:07 »

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

(P. Neruda)  
« Ultima modifica: 19 Giugno 2007, 18:33:15 da ramingo »
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #4 il: 09 Luglio 2007, 17:26:13 »

ok...
superato il momento <buio> e <strappabudella> che bene si addiceva alle poesie con cui vi ho ammorbato, voglio rendervi partecipi di una mia recente lettura notturna:
ho appena finito di leggere le cronache di narnia... bello! ve lo consiglio!
ps:il film è solo una minima parte!!!!

ecco ... c'è un piiiiiiccolo inconveniente: è un mattone di libraccio come quello del signore degli anelli però di lettura molto più leggera.

dicono del libro:
Lewis scrisse i sette volumi del Ciclo di Narnia con la dichiarata intenzione di rivolgersi a lettori bambini, ma non soltanto a loro. Era sua opinione che "un libro non merita di essere letto a dieci anni se non merita di essere letto anche a cinquanta" e questi romanzi fantastici sono davvero "libri per tutti". I bambini vi troveranno il ritmo incalzante dell'avventura e una incredibile girandola di personaggi, mentre gli adulti scopriranno un "mondo secondario", creato da uno scrittore che attinge alla grande tradizione della letteratura dell'infanzia ma anche alle allegorie dantesche.

il libro che ho letto io è:
Le cronache di Narnia
Autore: Lewis Clive S.
Anno: 2005
Editore: Mondadori

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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #5 il: 09 Luglio 2007, 17:50:27 »

un'altra lettura molto interessante e che ho condotto in parallelo con le cronache di narnia è quella di alcuni racconti di kafka (quello del commesso viaggiatore che si trasforma in bagherozzolo in le metamorfosi).

non posso resistere: ve ne inserisco uno che ho trovato on line. perdonatemi.

Il cacciatore Gracco
[Quaderno in ottavo B, fine dicembre 1916:]

Due ragazzi sedevano sul muretto del molo e giocavano a dadi. Un uomo leggeva una rivista sui gradini di un monumento all’ombra dell’eroe che brandiva la sciabola. Una ragazza alla fontana riempiva d’acqua il suo mastello. Un fruttivendolo stava accanto alla sua merce guardando verso il lago. In fondo a una bettola, attraverso porte e finestre vuote, si vedevano due uomini con del vino. L’oste sonnecchiava davanti, seduto a un tavolo. Un battello scivolò silenzioso, come se fosse trainato, dentro il piccolo porto. Un uomo vestito di una casacca blu saltò a terra e tirò le funi attraverso gli anelli. Altri due uomini, in giacca scura con bottoni d’argento, portavano dietro al capitano una bara su cui evidentemente giaceva un uomo, sotto un grande telo di seta ornato di fiori e di frange. Sul molo nessuno si curò dei nuovi arrivati, neppure quando posarono la bara per aspettare il capitano, che era ancora affaccendato con le funi, nessuno si avvicinò, nessuno rivolse loro domande, nessuno li osservò più attentamente. Il capitano fu trattenuto ancora un poco da una donna che, con un bambino al seno e i capelli sciolti, appariva ora sul ponte. Infine giunse, accennò a una casa giallastra a due piani che lì vicino, a sinistra, si alzava verticale non lontano dall’acqua, i portatori sollevarono il peso e lo trasportarono attraverso il portale basso ma formato da sottili colonne. Un ragazzino aprì una finestra, fece in tempo a notare come il gruppo scomparisse nella casa e richiuse in fretta. Anche il portale ora venne chiuso, era ben costruito con pesante legno di quercia. Uno stormo di colombe che finora aveva volato intorno al campanile si posò sulla piazza davanti alla casa. Una di esse volò fino al primo piano e picchiettò sul vetro della finestra. Erano uccelli di colore chiaro, vivaci e ben nutriti. Con grande slancio, la donna dalla barca gettò loro del grano, gli uccelli lo raccolsero e volarono verso di lei. Un uomo anziano con cilindro e fasciato a lutto scese lungo una delle stradine sottili in forte pendenza che conducevano al porto. Si guardava intorno con attenzione, tutto lo turbava, la vista di immondizia in un angolo gli piegò il viso in una smorfia, sui gradini del monumento c’erano bucce di frutta, egli le spinse giù, passando, con il bastone. Giunto al portale con colonne, bussò, togliendosi al contempo il cilindro con la destra guantata di nero. Il portone si aprì immediatamente, almeno cinquanta ragazzini formavano una fila nel lungo corridoio, inchinandosi. Il capitano scese le scale, salutò il signore, lo condusse di sopra, al primo piano fece con lui il giro del cortile circondato da logge slanciate, ed entrambi entrarono, mentre i ragazzi si affollavano a rispettosa distanza, in un grande ambiente fresco nel retro della casa, di fronte al quale si ergeva non un’altra casa, ma solo una nuda parete di roccia nerastra. I portatori erano impegnati ad alzare e accendere alcune lunghe candele alla testa della bara; non per questo si ottenne luce, ma solo furono snidate le ombre che prima riposavano, e ora ondeggiavano sulle pareti. Il telo era stato rimosso dalla bara. Giaceva là un uomo con barba e capelli cresciuti disordinatamente insieme, pelle abbronzata, di aspetto simile a un cacciatore. Giaceva immobile, apparentemente senza respirare, con gli occhi chiusi, tuttavia solo le circostanze inducevano a pensare che potesse trattarsi di un morto.

Il signore si avvicinò alla bara, pose una mano sulla fronte dell’uomo disteso, quindi si inginocchiò e pregò. Il capitano fece un cenno ai portatori perché lasciassero la stanza, quelli uscirono, cacciarono i ragazzi che si erano affollati là fuori e chiusero la porta. Ma al signore questa quiete sembrò ancora insufficiente, guardò il capitano, questi capì e attraverso una porta laterale passò nella stanza adiacente. Subito l’uomo nella bara aprì gli occhi, con un sorriso doloroso volse il capo al signore e disse: "Chi sei?" Il signore, senza stupore apparente, si alzò dalla sua posizione inginocchiata e rispose: "Il sindaco di Riva." L’uomo nella bara fece un cenno, indicò una sedia con il braccio debolmente alzato e disse, dopo che il sindaco aveva accolto il suo invito: "Naturalmente, signor sindaco, lo sapevo già, ma nel primo momento dimentico sempre tutto, tutto mi gira intorno ed è meglio che io chieda, anche quando so già tutto. Probabilmente anche lei sa che io sono il cacciatore Gracco." "Certo", disse il sindaco, "lei mi è stato annunciato stanotte. Dormivamo da parecchio, quando verso mezzanotte mia moglie esclama: "Salvatore" - così mi chiamo - "guarda la colomba alla finestra". C’era in effetti una colomba, ma grande come un gallo. Mi è volata all’orecchio e ha detto: "Domani verrà il morto cacciatore Gracco, accoglilo in nome della città."" Il cacciatore fece un cenno e passò la punta della lingua fra le labbra: "Sì, le colombe mi precedono in volo. Ma lei, signor sindaco, crede che io debba fermarmi a Riva?" "Questo non posso ancora dirlo", rispose il sindaco. "Lei è morto?" "Sì", disse il cacciatore, "come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto." "Eppure lei è anche vivo?" disse il sindaco. "In un certo senso", disse il cacciatore, "in un certo senso sono anche vivo. La mia barca funebre ha sbagliato strada, un falso movimento del timone, un attimo di disattenzione del conducente, una deviazione nella mia meravigliosa patria, non so che cosa fu, solo questo so, che sono rimasto sulla terra e da allora la mia barca viaggia sulle acque terrene. Così io, che avrei voluto vivere solo sui miei monti, viaggio dopo la mia morte in tutti i paesi della terra." "E non ha parte alcuna dell’aldilà?" domandò il sindaco con la fronte aggrottata. "Sono sempre sulla grande scala che porta lassù," rispose il cacciatore, "su questa gradinata infinitamente ampia io mi aggiro, ora su ora giù, ora a destra ora a sinistra, sempre in movimento. Ma se prendo uno slancio decisivo verso l’alto, e già la porta mi risplende lassù, allora mi risveglio nella mia vecchia barca, che ristagna desolata in qualche acqua terrestre. L’errore di fondo della mia morte di un tempo mi deride nella mia cabina, Julia, la moglie del capitano, mi porta alla mia bara la bevanda mattutina del paese la cui costa stiamo attraversando." "Un brutto destino", disse il sindaco con la mano alzata come per difendersi. "E lei non ne ha colpa?" "Nessuna", disse il cacciatore, "ero un cacciatore, forse è una colpa questa? Praticavo la caccia nella Foresta Nera, dove a quei tempi c’erano anche i lupi. Tendevo agguati, tiravo, colpivo, scuoiavo, è forse una colpa? Il mio lavoro era benedetto. Mi chiamavano il grande cacciatore della Foresta Nera. E’ forse una colpa?" "Non è compito mio deciderlo", disse il sindaco, "ma neppure a me tutto questo sembra una colpa. Ma allora di chi è la colpa?" "Del barcaiolo", disse il cacciatore



"E ora lei pensa di rimanere da noi a Riva?" chiese il sindaco. "Io non penso", disse il cacciatore sorridendo, e per attenuare lo scherzo pose la mano sul ginocchio del sindaco. "Io sono qui, altro non so, altro non posso fare. La mia barca è senza timone, viaggia con il vento che soffia nelle regioni più basse della morte."



Io sono il cacciatore Gracco, la mia patria è la Foresta Nera in Germania.



Nessuno leggerà ciò che io scrivo qui; nessuno verrà ad aiutarmi; se fosse stabilito come compito di aiutarmi, allora tutte le porte di tutte le case rimarrebbero chiuse, tutte le finestre chiuse, tutti sarebbero nei loro letti, con le coperte gettate sulla testa, tutta la terra sarebbe un dormitorio. Ciò è ben comprensibile, perché nessuno sa di me, e se qualcuno sapesse non saprebbe però dove abito, e se sapesse dove abito non saprebbe però trattenermi là, e se sapesse trattenermi là non saprebbe però come venirmi in aiuto. Il pensiero di volermi aiutare è una malattia e deve essere curata a letto.

Questo io lo so e dunque non scrivo per procurarmi un aiuto, sebbene in certi momenti in cui non mi controllo, come per esempio proprio ora, mi viene da pensarci con forza. Ma per cacciare simili pensieri basta che io mi guardi intorno e mi rammenti dove sono e dove abito - posso ben dirlo - da secoli. Mentre scrivo tutto questo sono sdraiato su una panca di legno, indosso - non è un piacere vedermi - una camicia funebre sporca, capelli e barba, grigi e neri, crescono insieme inestricabili, le mie gambe sono coperte da un telo da donna di seta, ornato di fiori e frange. Alla mia testa si trova una candela da chiesa che mi fa luce. Sul muro davanti a me c’è un piccolo quadro, evidentemente un boscimano, che con una lancia prende la mira su di me e per quanto può si copre dietro uno scudo grandiosamente decorato. Sulle navi si trovano spesso quadri stupidi, ma questo è uno dei più stupidi. Per il resto la mia gabbia di legno è completamente vuota. Attraverso un oblò della parete laterale arriva l’aria calda della notte meridionale e ascolto l’acqua che batte contro la vecchia barca.

Qui io giaccio da allora, quando, mentre ero ancora il vivo cacciatore Gracco, precipitai inseguendo un camoscio nella patria Foresta Nera. Tutto andava secondo l’ordine delle cose. Io inseguivo, precipitai, mi dissanguai in una scarpata, morii e questa barca doveva trasportarmi nell’aldilà. Ricordo ancora con quanta felicità mi sono sdraiato per la prima volta su questa panca, i monti non avevano ancora mai udito da me un canto come quello che udivano queste quattro pareti, allora ancora al crepuscolo. Volentieri ero vissuto e volentieri ero morto, prima di salire a bordo lieto gettai via da me l’impiccio del fucile, della borsa e della veste da caccia che sempre avevo portato con orgoglio, ed entrai nella camicia funebre come una fanciulla nella veste nuziale. Giacevo qui e aspettavo.

[tratto dal sito http://www.kafka.org/index.php?gracco]
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #6 il: 27 Luglio 2007, 15:31:02 »

solo per ilgiudice:

Il silenzio delle sirene

[1917]

Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza:
Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.
Sennonché le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.
Di fatti all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cere e catene.
Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo  fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.
Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano solo ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.
Se le sirene fossero esseri coscienti,quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece,e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.
La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse, dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva prenotare nel suo cuore. Può darsi – benché ciò non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in un certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli stessi dei la sopra descritta finzione.

KAFKA
 
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #7 il: 16 Maggio 2008, 21:50:13 »

By Ramingo...

Codice: [Seleziona]
Amori che mentre vivono si annoiano del momento e non si vedono.
Amori che ridono quando si rendono conto di non essere tali...
Amori da soli.

(T.Santucci)






« Ultima modifica: 26 Luglio 2008, 19:21:54 da ramingo »
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #8 il: 16 Luglio 2008, 23:30:49 »

Edgar Pöe
Il Corvo

Traduzione di Antonio Bruno


I.

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco,
sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata;
mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero,
come di qualcuno che leggermente picchiasse - pichiasse alla porta della mia camera.
-- « È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera » --
Questo soltanto, e nulla più.

II.

Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre,
e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora,
e che nessuno chiamerà in terra - mai più.

III.

E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea,
facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima,
sicchè, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo:
« È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza.
« Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza;
è questo soltanto, e nulla più ».

IV.

Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
« Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono;
« ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente,
« e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera,
« che io ero poco sicuro d'avervi udito ». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.

V.

Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito
sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.

VI.

Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme;
ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
« Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra ».
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.

VII.

Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali,
si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d'altri tempi;
egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante
ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera,
s'appollaiò, e s'installò - e nulla più.

VIII.

Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con la grave e severa dignità del suo aspetto:
« Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile,
« orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte
« dimmi qual'è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte! »
Disse il corvo: « Mai più ». (1)

(1) In inglese è «no more» che ha molto del gracchiare del corvo.

IX.

Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello,
sebbene la sua risposta fosse poco sensata - fosse poco a proposito;
poichè non possiamo fare a meno d'ammettere, che nessuna vivente creatura umana,
mai, finora, fu beata dalla visione d'un uccello sulla porta della sua camera,
con un nome siffatto: « Mai più ».

X.

Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente
quest'unica parola, come se la sua anima in quest'unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò - nessuna penna egli agitò -
finchè in tono appena più forte di un murmure, io dissi: « Altri amici mi hanno già abbandonato,
domani anch'esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato ».
Allora, l'uccello disse: « Mai più ».

XI.

Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
« Senza dubbio - io dissi - ciò ch'egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza,
« presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura
« perseguì sempre più rapida, finchè le sue canzoni ebbero un solo ritornello,
« finchè i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
« Mai, - mai più ».

XII.

Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso,
subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all'uccello, al busto e alla porta;
quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare
fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d'altri tempi,
che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d'altri tempi
intendea significare gracchiando: « Mai più ».

XIII.

Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba
all'uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell'intimo del mio petto;
io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio
sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente;
ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente
Ella non premerà, ah! - mai più!

XIV.

Allora mi parve che l'aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile,
agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
- « Disgraziato! - esclamai - il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti à inviato
« il sollievo - il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora!
« Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!
Disse il corvo: « Mai più ».

XV.

- « Profeta - io dissi - creatura del male! - certamente profeta, sii tu uccello o demonio! -
- « Sia che il tentatore l'abbia mandato, sia che la tempesta t'abbia gettato qui a riva,
« desolato, ma ancora indomito, su questa deserta terra incantata
« in questa visitata dall'orrore - dimmi, in verità, ti scongiuro -
« Vi è - vi è un balsamo in Galaad? dimmi, dimmi - ti scongiuro. -
Disse il corvo: « Mai più ».

XVI.

- « Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
« Per questo Cielo che s'incurva su di noi - per questo Dio che tutti e due adoriamo -
« dì a quest'anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden,
« essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora,
« abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora ».
Disse il corvo: « Mai più ».

XVII.

- « Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! » - io urlai, balzando in piedi.
« Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte!
« Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita!
« Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: « Mai più ».

XVIII.

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza,
e i suoi occhi sembrano quelli d'un demonio che sogna;
e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento,
e la mia, fuori di quest'ombra, che giace ondeggiando sul pavimento
non si solleverà mai più!
 
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Erba Del Vicino - Farina Del Sacco Altrui
« Risposta #9 il: 17 Luglio 2008, 00:54:27 »

Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle,
questo basta per farlo felice quando lo si guarda..

Antoine de Saint-Exupéry
 
« Ultima modifica: 17 Luglio 2008, 01:01:07 da ramingo »
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« Risposta #10 il: 27 Luglio 2008, 23:36:48 »

PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO
(Camillo Sbarbaro)



Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

 
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« Risposta #11 il: 08 Settembre 2008, 19:36:04 »

tratto dalle cronache di narnia:il leone, la strega e l'armadio

- Cosa sei? - ripetè la regina. - Un nano più alto degli altri a cui hanno tagliato la barba?
- No, Maestà- rispose Edmund. - Non ho mai avuto la barba. Sono ancora un ragazzo.
- Un ragazzo! - esclamò la signora. - Vuoi dire che sei un figlio di Adamo?
Edmund rimase fermo e zitto. Era troppo confuso per capire il senso della domanda.
- Chiunque tu sia, sei un idiota e lo vedo- scattò la regina.- Rispondimi, una volta
per tutte, o perderò la pazienza. Sei un essere umano?
-Si, sua Maestà- rispose subito Edmund.

[...]

-Vuoi bere qualcosa di caldo?- chiese lei.
-Grazie, Maestà - rispose Edmund che batteva i denti dal freddo.
La regina tirò fuori una fiaschetta che pareva fatta di rame, allungò il braccio e
lasciò cadere vicino alla slitta una goccia del suo contenuto. Edmund vide la goccia
brillare a mezz'aria, fulgida come un diamante, ma quando toccò il suolo coperto di
neve ci fu un sibilo e un attimo dopo, al suo posto, c'era una coppa tempestata di
gemme preziose e piena di un liquido fumante. Il nano la prese immediatamente e
la porse al ragazzo facendo un bell'inchino, ma con un sorriso tutt'altro che
simpatico.

[...]

-Figlio di Adamo, non è bello bere senza mangiare nulla- disse allora la regina.
-Cosa ti piacerebbe?
-Mangerei volentieri delle gelatine di frutta, Maestà- rispose lui.
La regina allungò di nuovo il braccio e lasciò cadere un'altra goccia di liquido.
Subito, sulla neve apparve una scatola rotonda, legata con un nastro di seta verde.
Era piena dei più bei dolci che Edmund avesse mai visto: saranno stati almeno due
chili. Ognuno era semplicemente perfetto: chiaro e trasparente sotto il velo di
zucchero, leggero, gommoso al punto giusto e squisito. Edmund non ne aveva
mangiati di così buoni.

[...]

Quando le gelatine di frutta furono finite Edmund fissò la scatola vuota, sperando
che lei chiedesse se ne voleva ancora. La regina conosceva benissimo il desiderio
del ragazzo, perchè i dolci erano stregati e chiunque ne mangiasse una volta
continuava a volerne fino a scoppiare. Ma questa volta era diverso: la regina
voleva delle risposte.


 :blink:
« Ultima modifica: 09 Settembre 2008, 13:41:57 da ramingo »
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« Risposta #12 il: 09 Settembre 2008, 13:27:07 »

Azz e fino a mo edmund che aveva fatto???

Ah le femmine! hihihihi

Ciao!

p.s.: Edmund è fesso.... indipendendemente da tutto! :P
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« Risposta #13 il: 09 Settembre 2008, 20:07:42 »

un pò di sano pensiero nero...



Autore   Julien Green
Titolo   Se fossi in te...

lo compriamo?

articolo del 1998 - moriva a 97 anni

citazione:
Julien Green: "è sempre legittimo augurare all'altro ciò che è per te un bene o una gioia: se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano".
Certo, questo deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l'altro segue.
[tratto da fonte]

Julien Green: "Sapevo che contavamo poco di fronte all’universo, sapevo che non eravamo nulla; ma l’essere così incommensurabilmente nulla sembra in qualche modo schiacciante e al tempo stesso rassicurante. Quelle figure, quelle dimensioni oltre la portata del pensiero umano, sono totalmente soverchianti. Esiste qualcosa a cui possiamo aggrapparci? In mezzo al caos di illusioni, in cui veniamo gettati a capofitto, una cosa sola si profila come vera, ed è l’amore.
Tutto il resto è Nulla, un vuoto. Scrutiamo in un immenso e nero abisso.
E abbiamo paura."
[tratto da
 
fonte]
 
« Ultima modifica: 09 Settembre 2008, 20:20:36 da ramingo »
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« Risposta #14 il: 10 Settembre 2008, 20:15:46 »

In Dormiveglia

Di G. Ungaretti

 

Assisto la notte violentata

 

L’aria è crivellata

come una trina

dalle schioppettate

degli uomini

ritratti

nelle trincee

come le lumache nel loro guscio

 

Mi pare

che un affannato

nugolo di scalpellini

batta il lastricato

di pietra di lava

delle mie strade

ed io l’ascolti

non vedendo

in dormiveglia


 
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